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Posted by andrea on giugno - 21 - 2013 0 Comment

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La ripresa del real estate americano è evidente sono i dati che lo provano: nel primo trimestre i prezzi delle case unifamiliari sono cresciuti nell’89% delle città (+7,3% nell’ultimo anno), le vendite di case nuove ed esistenti sono in rialzo costante, così come le abitazioni disponibili e i permessi per costruzioni (+14% il mese scorso), segno che un aumento della domanda continua a fare da traino alle attività di costruzione. Non stupisce dunque che il mercato immobiliare a stelle e strisce faccia gola agli investitori stranieri: nel 2012 i fondi sovrani globali hanno investito circa 10 miliardi di dollari nell’immobiliare americano. Ora però si prepara qualcosa di molto più grosso, con la Cina pronta ad attingere a riserve per 3.400 miliardi di dollari.

Se è un po’ azzardato fare paragoni con la corsa all’oro che portò i pionieri americani alla conquista dell’ovest degli Stati Uniti alla metà del Diciannovesimo secolo, è vero che il Paese della Muraglia si prepara a una corsa all’acquisto in grande stile, che va ben oltre gli investimenti che negli anni ci sono già stati: la State Administration of Foreign Exchange (Safe), l’agenzia governativa che regolamenta le attività sui mercati azionari e gestisce le riserve in valuta straniera, sta valutando la possibilità di investire una buona fetta delle riserve nel real estate americano, mentre ora circa un terzo dei 3.400 miliardi è usato per acquistare titoli di stato americani (la Cina è il maggiore creditore degli Stati Uniti, pur avendo ridotto dello 0,1% il debito in proprio possesso a 1.250 miliardi di dollari).

Nel mirino di Pechino ci sono proprietà da comprare, fondi immobiliari su cui scommettere, società da rilevare, completamente o in parte. Un progetto ramificato e diversificato che trova nella sicurezza degli investimenti il comune denominatore e il fattore determinante di scelta. Un’azione su larga scala dunque, che farebbe impallidire gli investimenti che già effettuati da privati, come quello recente della immobiliarista Zhang Xin, che insieme a una società controllata dal magnate brasiliano del settore bancario Moise Safra, ha rilevato il 40% del General Motors Building, sulla Fifth Avenue di Manhattan, a due passi da Central Park e dal cubo di vetro dell’Apple Store.

“Con il mercato immobiliare americano in graduale ripresa, potrebbe essere una buona opportunità nel lungo termine e potrebbe contribuire a diversificare il portafoglio di investimenti”, ha detto Frank Chen, responsabile della società di ricerca cinese Cbre Group, sottolineando che “proprietà come i grattacieli per uffici generano rendimenti stabili, in linea con le strategie di investimento della Safe”. E’ della stessa idea anche China Investment Corp (Cic), il maggiore fondo sovrano cinese fondato nel 2007: alla ricerca di più alti ritorni sulle proprie riserve ha puntato su infrastrutture e real estate globali, riducendo invece le scommesse sul debito americano.

Cic per esempio ha acquistato Winchester House, la sede del quartier generale londinese da KanAm e ha una quota del 50% in una venture con Global Logistic Properties per investire in strutture per la logistica. Cic non è del resto l’unico ad avere deciso di percorrere questa via: nel 2012 i fondi sovrani globali hanno effettuato 38 investimenti immobiliari, per un totale di quasi 10 miliardi di dollari, come ha calcolato il Sovereign Investment Lab dell’Università Bocconi di Milano. Sebbene la cifra sia inferiore ai 13 miliardi di dollari spesi nel real estate nel 2011, rappresenta il 21% del totale degli investimenti effettuati dai fondi sovrani, la percentuale più alta mai registrata e più del 16% del 2011.

La lunga marcia cinese parte da lontano: in gennaio e febbraio gli investimenti cinesi all’estero sono aumentati del 147% a 18,39 miliardi di dollari rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, ma sono triplicati dal 2008. Pechino sta tornando anche a Wall Street, dopo essere sostanzialmente sparita dal 2011. Adesso almeno quattro società cinesi hanno in programma la quotazione sul mercato azionario statunitense nel prossimo futuro: accanto a Alibaba, colosso del commercio elettronico che potrebbe rastrellare miliardi di dollari e non ha ancora scelto la piazza per l’Ipo, il sito di viaggi Qunar, il produttore di microprocessori Montage Technology e il gruppo di software 3g.cn stanno studiando sbarchi in Borsa. La società di e-commerce LightInTheBox Holdings si è invece quotata raccogliendo 79 milioni di dollari. L’ultima ondata di sbarchi di gruppi cinesi a Wall Street risale al periodo 2009-2011, quando scattarono Ipo di 67 società per oltre 8 miliardi di dollari.

Fonte: il ghirlandaio

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